Se una azienda che produce strumenti di pagamento usati da criminali su piattaforme di scommesse online si compra una quota della squadra italiana più nota nel mondo, è una questione di cui parlare seriamente
Forse a chi non segue il calcio è sfuggita una notizia che però ha avuto una certa visibilità: da qualche giorno la Juventus ha un nuovo azionista rilevante, con circa il 5 per cento. Una società di criptovalute che si chiama Tether, guidata da un italiano Paolo Ardoino.
Al Corriere della Sera Ardoino ha spiegato che il loro obiettivo è “Make Juventus Great Again”, nell’ennesima variante dello slogan di Donald Trump.
Ardoino ci tiene a non essere associato solo alle criptovalute, anche se è quello per cui Tether è nota:
«Abbiamo chiuso l’anno con 13,7 miliardi di utili e ci associano alle cripto, ma facciamo tanto altro: nuove tecnologie, una società che sviluppa l’Ai e altre che si occupano di biotech».
E poi si è vantato: “Siamo tifosi e abbiamo la capacità finanziaria per sostenere la Juventus nei prossimi 2000 anni”, una frase che è subito rimbalzata in tutti i siti calcistici.
Ora, magari voi vi starete chiedendo perché dobbiamo interessarci di questa faccenda. La risposta è doppia.
Primo: perché il valore globale delle criptovalute è arrivato vicino a 3.300 miliardi di dollari, e poiché si tratta di asset privi di qualunque valore e quasi qualunque utilità, quella piramide di investimenti con la speculazione come unico obiettivo è il candidato numero uno a innescare la prossima crisi finanziaria globale.
Seconda ragione: Tether, come molte altre criptovalute, ha un’unica vera utilità riconosciuta anche dai critici. E’ uno strumento di pagamento per la criminalità organizzata.